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masticando arte, a caso

Paul Auster: Trilogia di New York

Tre romanzi brevi, in un unico volume. Il filo conduttore è denunciato nel titolo della raccolta: New York.

Trilogia di New York

Nella labirintica città sono, infatti, ambientate l’avventura di un poeta che diventa investigatore (City of Glass); la storia di un investigatore assoldato per pedinare un uomo che altri non è che colui che lo ha commissionato (Ghosts); il racconto di un uomo che prende il posto di un amico morto, sostituendolo (The Locked Room).

Tre narrrazioni interrotte, se considerate singolarmente, unite, però, nel loro insieme. Tre storie che iniziano richiamandosi al genere poliziesco, per ricadere nei misteriosi labirinti del pensiero che richiamano le atmosfere di Poe.

Tre protagonisti che camminano in solitudine nelle strade di una New York che tutto contiene e in cui tutto si riflette, disperdendosi nel paradosso della contraddizione. La città degli specchi – così come definita nel primo racconto – è lo sfondo per la sete della ricerca di quel mistero che non è la singola avventura del protagonista, ma la vita, fatta di contraddizioni, di istantaneità che si fondono e scivolano, divenendo passato.

Le personalità singole diventano multiple, a loro volta specchi delle azioni altrui, dei rapporti senza i quali l’individuo rimarrebbe intatto. Una Trilogia un po’ kafkiana, forse, quella di Auster, in cui il vero mistero è scoprire, in fondo, il meccanismo coscienziale che porta il protagonista a scoprire se stesso, al di là delle iniziali certezze, come frantumato: solo, ma intrappolato in un gioco di specchi che gli rivela come la sua normalità, sia solo una maschera comoda, che nasconde una dispersione di cui diviene, alla fine, parzialmente consapevole.

E lo stesso accade al lettore, che a conclusione dei singoli racconti crede di essere giunto al bandolo della matassa, per poi scoprire che tutto è interconnesso, che la sua stessa azione di lettura ha forgiato una storia più complessa e univoca, ma in cui non tutti i nodi del mistero sono stati sciolti. Anche il lettore, a fine libro, si ritrova disperso in quel “nessun luogo” che per Auster è New York.

Riferimenti bibliografici

Pul Auster, Trilogia di New York, Torino, Einaudi, 1998.

Ironie di una Torino in giallo

La donna della Domenica

La donna della Domenica

1971. Due scrittori, uno romano, uno torinese, architettano un romanzo a quattro mani composto su un’unica macchina da scrivere. A marzo del ’72 esce La donna della Domenica di Fruttero e Lucentini.

Il genere è Giallo: il commissario Santamaria indaga sulla morte dell’architetto Garrone, buontempone presenzailista, immanicato nei salotti collinari della Torino “bene”, ma anche nelle trattorie e nei bordelli della Torino “male”. Tutti gli indagati ammettono di aver conosciuto e (molto cortesemente) detestato il Garrone.

Ma leggendo, ci si accorge di avere a che fare con qualcosa di diverso da un semplice giallo.

L’omicidio, le indagini sono solo il canovaccio di una commedia umana ben più ampia e ben più longeva, che rivela provincialismo e intelligenza, cortesia e razzismo della capitale sabauda.

Torino, i viali, la vita rionale – sempre un po’ pettegola. Torino, grigio monopolio della FIAT, scenario delle proteste degli anni Settanta; ma anche verde e un po’ snob nelle ville che la dominano dalla collina. Torino, cara ai due scrittori, è lo scenario e, in fondo, il microcosmo rivelatore dell’azione misera e nobile, ma comunque goffa, dell’essere umano.

Da questa prospettiva, La donna della domenica sembra un’epifenomeno sintetico di quella ricerca fenomenologica sull’ontologia dell’essere umano, letto attraverso la cifra della cretineria, che ha impegnato Fruttero e Lucentini e che è emersa dalle argute pagine scritte per “La Stampa“.

A osservare e palesare tutto ciò, è un siciliano, Santamaria, che nei rioni è chiamato “terrone”, mentre su, in collina, è più nobilmente “quel Commissario meridionale”. Ma pur sempre uno straniero, che per lavoro si trova immerso in un gioco di cui deve imparare le regole. E in questo ludico confronto ci scappa anche una scuffia con una Lei ricca, snob, ma anche simpatica. La prima degli indagati: la donna della domenica.

Riferimenti Bibliografici

Carlo Futtero e Franco Lucentini, La donna della domenica (1972), Mondadori, Milano 2001.
Carlo Futtero e Franco Lucentini, Il cretino in sintesi, Mondadori, Milano 2003.

Javert: L’imperativo categorico ne I Miserabili di Victor Hugo

I miserabili

Impossibile analizzare o riassumere la monumentale opera che Hugo diede alle stampe nel 1862, Les Misérables. Ma fra la galleria di personaggi che cavalcano le pagine, alla ricerca di una redenzione dalla miseria, o che inciampano in un totale affossamento, un’attenzione particolare la merita Javert, che rappresenta un po’ il motore attraverso il quale l’opera si snoda.

Javert è un poliziotto, figlio di miserabili, che è riuscito a elevarsi dal magma della poveretà e della spregevolezza, trovando nella legge, nell’ordine la chiave di volta della sua vita. È un uomo rigoroso e imperturbabile, dotato di un’auto-critica serrata che lo tiene lontano da ogni errore di giudizio. Anche i pochi tratti fisici che lo denotano, il colore scuro dei suoi abiti, lo rendono palpabile al lettore che ne percepisce la costanza, la volontà, l’incorruttibilità.

Javert è un segugio e non perdona alcuna violazione. Il suo compito è che la legge sia compiuta.
Nel momento in cui reincontra Jean Valjean, un tempo galeotto nel carcere di Tolone – in cui Javert fu secondino –, ora travestito da una nuova identità rispettabile e sindaco di Montreuil sur Mer, Javert non si lascia ingannare. E inzia così la fuga e la ricerca, che porteranno i due a reincontrarsi a Parigi.

Javert diventa metafora di una forma radicale di imperativo categorico applicato. La sua deontologia è intransigente. Il dovere rispetto al passato è in grado di inibire le percezioni e i giudizi rispetto al presente e al futuro e una pena non scontata deve continuamente essere imposta, affinché l’ordine sia ristabilito. Ma Javert è anche un uomo, fatto di pulsioni e di passioni oltre che di ragione. Sensibilità sempre castrata, la sua, alla ricerca della logica perfetta da imporre sul caos. Fino all’ultimo, quando dopo essere stato salvato da Jean Valjean, non saprà arrestarlo, e si autopunirà per questa mancanza, suicidandosi.

Il fascino dell’imperturbabilità di Javert è proprio quello di essere permeabile, solo alla fine del romanzo, e di farsi toccare da quella misericordia, che ucciderà l’imperativo ma salverà dalla ricaduta il nemico di sempre, Jean Valjean.

Riferimenti bibliografici

Victor Hugo, I Miserabili, Milano, Mondadori, 2004

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