cembaloscrivano

masticando arte, a caso

Mese: marzo, 2012

La settima faccia del dado

A proposito di Dau al Set

(avanguardia, pseudoavanguardia, o che dir si voglia)

1948. Fine della II Guerra mondiale. Barcellona.

In quell’anno si costituì Dau al set, gruppo catalano che fondò l’omonima rivista. Fra i suoi fondatori, Joan Brossa, Joan Ponç, Arnau Puig e Antoni Tàpies. L’intenzione è quella di dare risposta a un’immobilismo culturale, imposto dal regime franchista. Questo attraverso due vie parallele: un organo divulgativo alternativo (la rivista, appunto) e una pratica artistica innovativa e sciolta dalle convenzioni.

La settima faccia del dado è sicuramente influenzata dal dadaismo e dal surrealismo francesi. Si potrebbe intravedere anche un nocciolo di esistenzialismo, esplicitato soprattutto nelle dichiarazioni di Arnau Puig. Ma, al di là di queste ispirazioni e categorie, Dau al Set si struttura come qualcosa di peculiare nel panorama delle avanguardie europee. L’irriverenza, l’ironia, lo “scherzo”, il superamento dei limiti, attraverso le possibilità aperte dal gioco estetico, ne fanno un movimento incatalogabile, seppur di breve durata (si sciose nel 1951; la rivista durò fino al 1956).

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Gli esperimenti artistici di Dau al set sono essenzialmente eterogenei e dinamici. Le forme e i contenuti diventano infinitamente ricombinabili, casualmente, proprio come in un gioco. Le arti visive si legano alla scrittura. La scritttura diventa installazione; la drammaturgia si struttura in performance. La carta, supporto precipuo della parola scritta, assume forme cubiche e plastiche. Le lettere divengono tridimensionali e formano parole e versi collocati per le strade della città.

Il tabellone su cui muovere questo nuovo gioco artistico è la città stessa, le cui vie diventano gallerie a cielo aperto in cui proporre opere con le quali interagire. E il pubblico non è più solo quello adulto, preparato alla fruizione estetica e agli aulicismi della poesia. Dau al set indirizza la propria arte a tutti, anche ai bambini, che sono i destinatari precipui del gioco urbano.

Dau al set, seppur poco longevo, è stato uno dei primi esperimenti di arte urbana, di poesia visiva e di intervento libero e sciolto dai meccanismi di fruizione convenzionali. E la rivista omonima rappresenta ancora oggi un esempio di come la cultura possa infrangere le barriere del regime e continuare a essere proposta e diffusa. Vale la pena di lanciare il dado, alla ricerca di una possibile libertà alternativa (la settima faccia, vilolante la realtà imposta).

Riferimenti bibliografici

John London, Past Possibilities and Practice: For Joan Brossa, Oxford, The Trilobites Ed, 1992

Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Milano, Feltrinelli, 1998

Link

“Dau al set, una filosofía de la existencia”. Alrededor de Arnau Puig



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Zoppicando fra “cretini” e “idioti”

Un breve confronto fra L’Idiota, di Dostoevskij e Il Cretino in sintesi, di Fruttero&Lucentini

Zoppicante nel mondo, l’uomo manifesta da sempre la necessità di incasellare le sue azioni, di trovare un minimo comune denominatore capace di inquadrare a livello teorico la sua essenza pratica.

Due esempi per poi vedere se è possibile tradurre teoreticamente l’altalenante atteggiamento del soggetto nella realtà che lo circonda.

A metà degli anni Ottanta, due famosi scrittori italiani (il marchio Fruttero&Lucentini), dopo innumerevoli esperimenti e osservazioni empiriche, proponevano una nuova categoria per indagare la pratica dell’uomo nel mondo. Valutando l’atteggiamento generale degli individui loro contemporanei, i due ironici scrittori avevano trovato un solo aggettivo in grado di classificarlo: cretino.

F&L si impegnavano, così, a tratteggiare una fenomenologia sarcastica, realistica e brutale della bêtise. Perché? Perché il Cretino (con la C maiuscola) “conosce sempre nuove incarnazioni, i suoi corsi e ricorsi rappresentano una sfida costante al pensiero speculativo”.

Si provi a mettere a confronto il Cretino (anni Ottanta del Novecento) con la figura tratteggiata sul “Russkij Vestnik” tra il 1868 e il 1869. Dostoevskij creò Myškin, l’Idiota (con la I maiuscola): individuo sovra-individuale, estraneo al suo tempo, al suo spazio, alle leggi di causa/effetto. L’Idiota dostoevskijano è un estraneo, un fantasma che si muove sul palcoscenico della realtà, sempre a metà strada fra la finzione teatrale e i comuni aneliti esistenziali. Come annotava Dostoevskij, la figura dell’Idiota è stupenda perché la sua estraneità è paradossalmente comica.

Cretino e Idiota hanno questo comune denominatore: sono figure buffe, ridicole, in parte grottesche. Ma, al di là di questa comunanza, la loro sostanza è assolutamente diversa: il Cretino vive nella realtà, la accetta in tutte le sue sfumature e diventa simbolo di essa, simulacro di una stupidità ben più preoccupante che riguarda gli abiti sociali, l’Humanitas in tutta la sua generalità.

L’Idiota, in rapporto al Cretino, è esattamente il termine antitetico: in un mondo di Cretini, l’Idiota brilla nella sua ineliminabile inadeguatezza, la quale ha a che fare sia con le comuni regole sociali, sia, più in particolare, con la stessa identità personale. In buona sostanza il Cretino è un’animale sociale, l’Idiota uno spettro-specchio di quella che è la comune imbecillità dello stare al mondo e dell’adeguarsi.

Ora, dopo attente riflessioni a proposito della Pietroburgo ottocentesca e dell’Italia Yuppie degli anni Ottanta, un quesito: il nuovo millennio appartiene agli “idioti” o ai “cretini”? Oppure: è pensabile l’impossibile? Cioè, è forse possibile che i due antitetici termini di confronto si siano fusi in una nuova sintesi tale da far sì che esista qualcosa (qualcuno) a metà strada fra l’Idiota e il Cretino? Forse sì.

I “cretini” certo non si sono estinti (come potrebbero? Il pensiero comune ci illumina con un detto interessante: la madre dei cretini è sempre incinta… inconfutabile!). Li possiamo osservare ogni giorno anche solo guardandoci allo specchio: per sua natura il Cretino non sa mai di essere un Cretino, è tale solo agli occhi dell’altro. Da ciò si deduce che tutti siamo dei potenziali cretini e che la nostra bêtise aspetta solo di attualizzarsi nello spazio e nel tempo della vita in società.

Per quanto riguarda l’Idiota, la situazione è un pochino più complicata: esiste? È mai esistito o è solo una figura letteraria? Forse è un archetipo che ognuno di noi si porta dentro, ben sapendo, anche solo a livello di inconscio, di essere attore su una platea mondana eterogenea, mai del tutto convincente nella sua realtà.

La psicanalisi, le nuove tecnologie, la scatola televisiva, l’illusione filmica, la rete vanno proprio ad incentivare questo granello di idiozia galleggiante nel mare della cretineria. La schizofrenica ripetizione di disomogenee situazioni teatrali, la mimesi attiva ad ogni livello di rapporto personale – con il proprio sé – e di rapporto extra-personale – con il sé altrui – ci rimandano in continuazione alla stratificazione e all’osservazione estraniante delle dinamiche psico-fisiche e psico-sociali. Questo aumento del tasso di idiozia rispetto al tasso di cretineria fa sì che il mondo appartenga in parte ad una nuova figura: il Meschino (con la M maiuscola).

Quest’ultimo rappresenta la nuova frontiera esistenziale: il Meschino è l’eroe del nuovo millennio. Combattuto fra realtà e finzione, ingabbiato nel dubbio, ma troppo impegnato per trasformare quest’ultimo nell’iperbole cartesiana che adombra (seppur solo a livello sperimentale) l’intera sostanza mondana, il Meschino si muove fra le strade delle città. Sempre titubante, zoppicante, senza la sfrontatezza del Cretino, il Meschino è una lumaca senza guscio che scivola fra l’esteriorità e l’interiorità. Il suo problema è che sa di dover recitare per vivere nel mondo… Ma come ogni lavoro, anche la mimesi teatrale continua è stancante. Il Meschino è così un individuo che patisce lo stress delle sue continue prestazioni sociali. L’anelito a diventare Idiota e il desiderio di tornare all’inconsapevole bêtise originaria lo mantengono sospeso come un funambolo. Il Meschino si conserva, così, nel mondo. Osservarlo (osservarci), come meschini fra i meschini, non è poi così comico. Ma, in fondo, è sempre un fatto di presa di coscienza.

Riferimenti bibliografici

C. Fruttero, F. Lucentini, Il cretino in sintesi, Milano, Mondadori, 2003

F. Dostoevskij, L’idiota (1869), Torino, Einaudi, 2oo5

Dietro le quinte di Superzelda

Mi è caduto l’occhio su un articolo pubblicato su

minima & moralia

http://www.minimaetmoralia.it/?p=7167

Dietro le quinte di Superzelda

l 26 marzo 1920 Francis Scott Fitzgerald pubblicava il suo primo romanzo, «Di qua dal paradiso». Noi oggi ricordiamo Fitzgerald (e la sua musa e moglie e amante: Zelda) in tre diversi modi. Pubblicando un’intervista inedita in Italia, in cui Scott e Zelda parlano vicendevolmente l’uno dell’altra, e per la quale ringraziamo Tiziana Lo Porto, la mamma di Superzelda che l’ha scovata e l’ha tradotta appositamente per noi. 
Mettendo on line le prime pagine di «Di qua dal paradiso» nella nuova traduzione di Veronica Raimo. Con infine il resoconto del dietro le quinte di «Superzelda», attraverso il quale Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta raccontano come hanno realizzato la loro graphic novel.

Potete leggere il resto su: http://www.minimaetmoralia.it/?p=7167

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