L’epistemologia del caos

di cembaloscrivano

I dialoghi di Feyerabend

Un confronto paradossale fra modelli epistemologici

Nel 1637 René Descartes redigeva il Discorso sul metodo. Nella quarta parte dell’opera, Descartes forniva le prove dell’esistenza di Dio e dell’anima umana. Su queste due dimostrazioni, Descartes fondava la sua metafisica. E da quest’ultima dipendevano, seppur indirettamente, la stabilità della natura e la legittimità dell’applicazione dei principi matematici  – l’“ordine”, scrive Descartes – all’osservazione dei fenomeni, per costituire una fisica matematica in grado di palesare la grande meccanica della natura. A prova di quanto affermato, le parole dello stesso Descartes: “stimo, infatti, che tutti quelli cui Dio ha dato l’uso di questa ragione siano tenuti ad usarla per conoscerLo e per conoscere se stessi. È da ciò che mi sono sforzato di iniziare i miei studi e vi dirò che non avrei saputo trovare i fondamenti della Fisica, se non li avessi cercati per questa via” (R. Descartes, Lettera a M. Mersenne del 15 aprile 1630).

Fra il 1979 e il 1989, Feyerabend scriveva dei dialoghi – due conversazioni immaginarie fra i fittizi A e B – poi raccolti sotto il titolo provocatorio di Dialogo sul metodo. Implicitamente, la scelta di intitolare il breve dittico in questo modo rivela l’intento ironico e polemico di Feyerabend nei confronti dell’ordine metodologico che Cartesio e tutti i maestri del razionalismo hanno cercato di formulare (“la luce nel caos oscuro”, R. Descartes, Lettera a Beeckmann del 26 marzo 1619).

Tre secoli circa separano Cartesio e Feyerabend. Ma il dialogo consente a quest’ultimo di riferirsi provocatoriamente al grande filosofo seicentesco e di de-strutturare, pian piano, qualsiasi certezza fisica, in particolare, la validità necessaria e universale dei meccanismi causali. Di questi ultimi Feyerabend dimostra la dipendenza dalla rielaborazione del soggetto pensante. Ma la rielaborazione deriva dalla scelta di sottolineare alcuni particolari della percezione piuttosto che altri; in definitiva la percezione è subordinata ad una valutazione già culturale, valida solo per un gruppo di uomini, ma assolutamente non universale. Ma Feyerabend non si ferma solo alla confutazione delle verità fisiche. Si spinge ad invalidare anche le certezze metafisiche: Dio è un dogma, un assioma che si pretende universale, ma da cui non può discendere nessun teorema morale o ontologico. Inoltre, l’individualità stabile e certa di se stessa, è una comoda astrazione per affermare la distinzione e procedere nell’azione, ma, in realtà, l’“io” varia in continuazione ed è impossibile coglierne, congelarne il sostrato essenziale. Feyerabend arriva a mettere addirittura in dubbio la validità e l’evidenza intuitiva dei principi matematici (forme dogmatiche di astrazione assolutamente non universali; prova ne siano le ricerche etnografiche e antropologiche).

Si tratta di una nuova formulazione dello scetticismo (Feyerabend, “novello Hume”, che cerca di de-costruire la validità della catena causa-effetto e, più in generale, di confutare il fondamentale concetto di verità)? Oppure, forse, è meglio dire che Feyerabend percorre la strada della polemica immaginaria per proporre un nuovo metodo, un sistema assolutamente paradossale, proprio perché il paradosso è il suo oggetto di indagine? In effetti, Feyerabend è un teorico del caos, dell’essenza invasiva del caos. E il paradosso riguarda proprio il tentativo di formulare, per via negativa, una metodologia di indagine che abbia come presupposto l’assenza della logica, della razionalità, dell’ordine e della verità. In questo senso, si può affermare che il caos è invasivo, in quanto viola i limiti dell’ordine e genera un’epistemologia a sua volta violante l’essenza razionale del soggetto di percezione e di coscienza. Per usare un neologismo, si può sostenere che l’epistemologia feyerabendiana sia a-ordinata (l’alfa privativa esprime non solo la negazione dell’ordine, ma anche l’anteriorità del caos immanente rispetto all’ordine imposto dal soggetto percettivo e cosciente, in grado di nominare –quindi, di ordinare- il caos, osservando la natura secondo una determinata prospettiva).

Siamo propensi a ritenere che l’epistemologia di Feyerabend induca ad interrogarsi sulla possibilità di a-razionalizzare l’ordine e, contemporaneamente, di utilizzare i residui del nomos logico per annunciare il caos.

Da chiarire che non si tratta di un essere a cui si oppone un non-essere. Al contrario, di un a-ordine a cui si impongono continuamente nuovi ordini logici (paradigmi epistemologici), comunque generati dal caos. Le mosse di Feyerabend sono particolarmente sottili, in quanto vanno a delegittimare, o meglio, a svuotare il fondamento necessario e universale della gnoseologia: la verità unica e vincente. Per fare questo, Feyerabend si avvale di prove empiriche, di osservazioni sociologiche, psicologiche e antropologiche. In questo senso, il confronto è il terreno da cui emerge il caos. Terreno o, meglio, frattura prospettica che si dispiega in quegli spazi di confine che separano le comunità scientifiche, i singoli ricercatori, le culture diverse, i paradigmi contraddittori.

Il caos è un quanto, una sfera di infinite dimensioni e di infiniti vettori. L’ordine (i possibili, separati e, a volte, contraddittori ordini) è un punto prospettico da cui si osserva il centro della sfera. L’ordine procede per linea retta. Ma nessuna linea riesce a racchiudere e a descrivere la globalità del caos, perché l’unicità direzionale è qualcosa di incompatibile al caos.

Riferimenti bibliografici

P.K. Feyerabend, Dialogo sul metodo, Roma-Bari, Laterza, 1989.

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