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masticando arte, a caso

Mese: aprile, 2012

L’intrinseco legame fra abiezione e potere

Salò o le 120 giornate di Sodoma

De Sade intuì e raccontò la fenomenologia dell’abiezione nella sua primaria e violenta manifestazione. Ma l’intuizione sadiana non si fermò alla forza genetica e pervasiva della violenza, si spinse oltre. Il controverso scrittore palesò l’aspetto reiterante della violenza abietta, la potenza della replicazione la quale è in grado di creare abitudine, accettazione e di attecchire diffondendo, attraverso una sorta di contaminazione virale, anche un sistema ideale e sociale di giustificazione e legittimazione.

Fu Pasolini, seguendo le orme dello scrittore francese, a visualizzare il legame intrinseco fra abiezione e potere. Il suo ultimo lavoro, Salò (di cui il sottotitolo recita, guarda caso, Le 120 giornate di Sodoma) è la metafora visiva e sistematica dell’intuizione di De Sade.

Anni 1944-45: in una villa nella neonata Repubblica di Salò, 4 reduci rappresentanti del potere dittatoriale rinchiudono 17 ragazzi selezionati accuratamente e catturati. Inizia così la mimesi dell’istituzione della violenza in una micro comunità, mentre nel resto del mondo la guerra è quasi giunta al capolinea.

Le 17 vittime saranno educate per quattro mesi a subire e poi a diffondere l’abuso, attraverso vere e proprie lezioni frontali ed esercitazioni pratiche. Fra dotte citazioni, letture, discussioni intellettuali verranno perpetrati e legittimati strupri, sodomie, violenze e ogni genere di umiliazione fisica e spirituale, che porteranno i carnefici e le vittime a disperdere i loro stessi ruoli nell’abitudine a diffondere violenza.

Pasolini adotta come tecnioca narrativa quella circoncentrica, ispirandosi ai gironi infernali di dantesca memoria. L’inferno vero e proprio è quello in cui si palesa un’uguaglianza: il potere, i meccanismi con cui il potere si diffonde e si accresce, sono sostanzialmente identici alla violenza brutale e alla sua capacità estensiva e coinvolgente, soprattutto quando alla forza animale si somma l’intellettualizzazione e l’estetizzazione generanti un sistema di valori giustificanti la violenza stessa.

 

Riferimenti cinematografici

Pier Paolo Pasolini (scritto e diretto da), Salò o Le 120 giornate di Sodoma, Italia 1975

Riferimenti bibliografici

Donatien-Alphonse-François de Sade, Le 120 giornate di Sodoma, Milano, Guanda, 2007

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… patafisicamente parlando…

Sally Mara: e fu così che Queneau si confrontò con le leggi patafisiche

Sally Mara è la protagonista di un romanzo che R. Queneau pubblicò nel 1950.

Diciottenne, irlandese, Sally compila un diario, sulla sua vita e sulle sue esperienze, in lingua francese, appresa dal suo insegnante, Monsieur Presle, tornato a Parigi.
In questo senso, Sally Mara potrebbe sembrare il soggetto di un romanzo di passaggio e formazione. La scelta della forma – le memorie raccolte in un diario – sembrerebbe coerente a questa prima impressione.
Tuttavia, le intenzioni di Queneau si sostanzializzano in qualcosa di più e in qualcosa di meno.
La giovane Sally non è la candida eroina dei romanzi ottocenteschi di formazione: le parole la tradiscono fin dalle prime pagine. Sally è curiosa e, anche se cerca di descriversi come seria e virtuosa, le difficoltà con la lingua francese e la non piena padronanza della grammatica rivelano come, in realtà, ella sia attratta dalle scabrosità che circondano l’erotismo.
Non solo. Anche la sua famiglia, descritta inizialmente come perfetta, mostra subito il suo vero volto: una madre sciocca e un fratello alcolista. Il padre è scomparso.
Queneau, ancora una volta, gioca con le parole, con i non-sensi e con le ambiguità infralinguistiche, capovolgendo i canoni del romanzo di formazione e facendo di Sally Mara un personaggio pienamente coerente ai canoni della patafisica, termine introdotto da A. Jarry, che fondò a Parigi nel 1948 un Collegio di Patafisica, di cui Queneau fece parte. La patafisica “è la scienza delle soluzioni immaginarie e delle leggi che regolano le eccezioni”.
Sally Mara può essere letta, a buon diritto, come l’eccezione che la patafisica indaga, intorno alla quale Queneau tesse le sue soluzioni linguistiche: i giochi di parole, che restituiscono al lettore la sostanzialità dell’“inaspettato”.
L’inaspettato è “quel qualcosa di più e quel qualcosa di meno”, di cui si diceva prima. L’inaspettato è la risata inattesa del lettore, quando scopre le ipocrisie di Sally. L’inaspettato è ritrovare in Sally una Zazie cresciuta, quando inizialmente ci si aspettava una virtuosa Jane Eyre. L’inaspettato è ancora una volta il fine e la causa originante il lavoro di Queneau.

Riferimenti bibliografici
R. Queneau, Il diario intimo di Sally Mara, Feltrinelli, Milano 2005

Le “Estasi culinarie” di Rue de Grenelle

Un critico gastronomico famoso, inesorabile; odioso e odiato.

Una galleria di punti di vista che descrivono, senza pietà, la vita e l’agonia di quest’ultimo, mentre sta per morire, nel suo appartamento nell’elegante palazzo di Rue de Grenelle (Parigi).

Insufficienza cardiaca: l’anamnesi del prossimo decesso. E, mentre figli, parenti, conoscenti rivelano l’intolleranza verso un padre tiranno e un uomo austero; mentre i vicini di casa confessano il loro disinteressato distacco rispetto a un individuo definitivamente insopportabile, lui, Monsieur Arthens, critico temuto in tutte le cucine del mondo, pensa solo a ricordare il sapore primordiale. Quel gusto che ha sempre ricercato e mai ritrovato. Perché lui sa: quel gusto è la fonte di ogni idea, di ogni ricetta, quindi di ogni critica.

Mentre sta per morire, solo la ricerca anima ancora la sua mente e il suo cuore.

Muriel Barbery – autrice del famoso L’eleganza del riccio -, in questo primo romanzo, si avvale della metafora culinaria per descrivere la sete gnoseologica che forma l’essere umano.

In un certo qual modo, Arthens è alla ricerca di un ritorno e di una fusione al basico mondo delle idee di platonica memoria. Il suo percorso empirico è stato quello della cultura culinaria, della ricerca antropologica verso la scienza che nutre il corpo: i sapori, nelle loro più svariate sfumature, che fanno sì che Oriente e Occidente si incontrino, si scontrino, si fondano.

Da corollario, a questo percorso in qualche modo filosofico, tutta la galleria di personaggi di Rue de Grenelle, che torneranno nel posteriore e già citato L’eleganza del Riccio. L’umanità parcellizata e borghese, vittima e protagonista di ricerche particolari che hanno, comunque, un minimo comune denominatore: la domanda esistenziale su quell’essenza che ci rende animali raffinati e intellettivamente impegnati.

Fra le pagine di questro libro, fra parole tangibili, fra sensazioni palpabili, il lettore assapora non solo la personalità complicata e, in fondo, infantile di Monsieur Arthens, ma di un’umanità varia, limitata, tesa, però, all’estasi – non solo culinaria.

Riferimenti bibliografici

Muriel Barbery, Estasi culinarie, Edizioni E/O, Roma 2008

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