cembaloscrivano

masticando arte, a caso

Mese: giugno, 2012

Javert: L’imperativo categorico ne I Miserabili di Victor Hugo

I miserabili

Impossibile analizzare o riassumere la monumentale opera che Hugo diede alle stampe nel 1862, Les Misérables. Ma fra la galleria di personaggi che cavalcano le pagine, alla ricerca di una redenzione dalla miseria, o che inciampano in un totale affossamento, un’attenzione particolare la merita Javert, che rappresenta un po’ il motore attraverso il quale l’opera si snoda.

Javert è un poliziotto, figlio di miserabili, che è riuscito a elevarsi dal magma della poveretà e della spregevolezza, trovando nella legge, nell’ordine la chiave di volta della sua vita. È un uomo rigoroso e imperturbabile, dotato di un’auto-critica serrata che lo tiene lontano da ogni errore di giudizio. Anche i pochi tratti fisici che lo denotano, il colore scuro dei suoi abiti, lo rendono palpabile al lettore che ne percepisce la costanza, la volontà, l’incorruttibilità.

Javert è un segugio e non perdona alcuna violazione. Il suo compito è che la legge sia compiuta.
Nel momento in cui reincontra Jean Valjean, un tempo galeotto nel carcere di Tolone – in cui Javert fu secondino –, ora travestito da una nuova identità rispettabile e sindaco di Montreuil sur Mer, Javert non si lascia ingannare. E inzia così la fuga e la ricerca, che porteranno i due a reincontrarsi a Parigi.

Javert diventa metafora di una forma radicale di imperativo categorico applicato. La sua deontologia è intransigente. Il dovere rispetto al passato è in grado di inibire le percezioni e i giudizi rispetto al presente e al futuro e una pena non scontata deve continuamente essere imposta, affinché l’ordine sia ristabilito. Ma Javert è anche un uomo, fatto di pulsioni e di passioni oltre che di ragione. Sensibilità sempre castrata, la sua, alla ricerca della logica perfetta da imporre sul caos. Fino all’ultimo, quando dopo essere stato salvato da Jean Valjean, non saprà arrestarlo, e si autopunirà per questa mancanza, suicidandosi.

Il fascino dell’imperturbabilità di Javert è proprio quello di essere permeabile, solo alla fine del romanzo, e di farsi toccare da quella misericordia, che ucciderà l’imperativo ma salverà dalla ricaduta il nemico di sempre, Jean Valjean.

Riferimenti bibliografici

Victor Hugo, I Miserabili, Milano, Mondadori, 2004

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L’asettica patologia delle particelle elementari

M. Houllebecq, Le particelle elementari

Le particelle elementari

I lavori di Houellebecq scavano nei menadri della coscienza dell’uomo, mostrando il fondo oscuro della razionalità. È il caso de Le particelle elementari.

Due fratellastri, Bruno e Michel, i protagonisti della storia. Bruno, insegnante di letteratura e aspirante poeta, è morbosamente attratto dal sesso, anche nelle sue forme più frustranti. Una sessualità separata dall’aspetto riproduttivo, della quale Bruno si sente vittima e carnefice. Michel, ricercatore genetista, asettico e impenetrabile, si mostra invece impermeabile a qualsiasi forma di sentimento o passione. Due caratteri diversi, accomunati dal legame di sangue e da una certa affinità che li spinge ai fuochi estremi della patologia.

Utilizzando come punto prospettico questi due destini, che si intersecano nel profondo senso di inadeguatezza che li contraddistingue, Houellebecq traccia, senza fare sconti, la sua panoramica sulla storia della razionalità occidentale. Una razionalità che si autodistrugge nella misura in cui riesce a intravedere la sua potenzialità massima: la reduplicazione attraverso le nuove scoperte genetiche.

Per Houellebecq, la nuova frontiera religiosa (ma non per questo soteriologica) è la scienza. Nel mondo artificiale del laboratorio – dove l’uomo è in grado di divenire dio e di addentare la “mela” rappresentante il Logos creativo, senza punizione, senza peccato −, il mistero, le domande esistenziali cedono il passo alla possibilità della realizzazione di una selezione umana calcolabile. Questo annulla il caso, sopprime il destino: in poche parole, cancella per sempre lo spirito tragico che rende l’uomo protagonista dei passi che compie sulla scena dell’esistenza.

Questo è ciò che i due protagonisti, osservano ancora da lontano, e questa sembra essere l’origine patologica dei loro caratteri antitetici e tuttavia simili. Causa dell’afflizione sorgiva che li accomuna pare essere la monodimensionalità, già presente, della certezza selettiva scientifica. Una certerzza che sembra rappresentare, simultaneamente, la finalità massima, ma anche la fine della razionalità creativa dell’essere umano.

Riferimenti bibliografici

Micheal Houellebecq, Le particelle elementari, Milano, Bompiani, 2000.

Il colpevole? Il maggiordomo!(?)

Patich McGrath, Grottesco

La follia immobilizzata che, tuttavia, cresce a dismisura, senza poter essere né urlata, né in alcun modo manifestata. È questo il concetto sostanziale che McGrath cerca di dispiegare e tessere in The Grotesque (1989), suo primo romanzo.

Sir Hugo Coal, appassionato studioso di paleontologia algido e un po’ misantropo, è ora completamente paralizzato, costretto su una sedia a rotelle e ritenuto da tutti un vegetale, capace solo di vivere, ma ormai privo di ogni facoltà fisica e intellettiva. In realtà, la paralisi di natura neurologica, non impedisce a Sir Coal di pensare e valutare in silenzio ciò che gli accade intorno. In particolare la sua mente è focalizzata sule azioni e gli atteggiamenti del maggiordomo di casa, Fledge, per cui ha sempre nutrito una cordiale antipatia.

Fledge appare come un individuo ambiguo, forse di natura violenta, che, insediatosi in casa Coal, sta tessendo una trama sinistra per destituire Sir Hugo, rubandogli il ruolo di padrone, di marito, di padre.

Ma è davvero così? Il colpevole, come nei classici “gialli” di ambientazione inglese, è davvero il maggiordomo, che vuole eliminare il padrone?

Nel lettore, che gode solo del punto prospettico di Hugo Coal, si insinua il dubbio che la paranoia e il sospetto siano cresciuti come erba velenosa, nel silenzio, e si siano trasformate in una follia muta e sorda che rimbomba solo nella testa di Hugo Coal.

La più classica trama “gialla” diventa così un noir che approfondisce la situazione autistica della follia, un autismo di cui la paralisi di Sir Coal è metafora grottesca, così come grottesco è quel ghigno sorridente che caratterizza il volto si Sir Coal, dopo l’incidente subito: un sorrisetto che non può scomparire anche mentre Coal sospetta paranoicamente il suo stesso delitto a opera dell’ambiguo Fledge.

 

Riferimenti bibliografici

Patich McGrath, Grottesco, Adelphi, 2000.

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