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… patafisicamente parlando…

Sally Mara: e fu così che Queneau si confrontò con le leggi patafisiche

Sally Mara è la protagonista di un romanzo che R. Queneau pubblicò nel 1950.

Diciottenne, irlandese, Sally compila un diario, sulla sua vita e sulle sue esperienze, in lingua francese, appresa dal suo insegnante, Monsieur Presle, tornato a Parigi.
In questo senso, Sally Mara potrebbe sembrare il soggetto di un romanzo di passaggio e formazione. La scelta della forma – le memorie raccolte in un diario – sembrerebbe coerente a questa prima impressione.
Tuttavia, le intenzioni di Queneau si sostanzializzano in qualcosa di più e in qualcosa di meno.
La giovane Sally non è la candida eroina dei romanzi ottocenteschi di formazione: le parole la tradiscono fin dalle prime pagine. Sally è curiosa e, anche se cerca di descriversi come seria e virtuosa, le difficoltà con la lingua francese e la non piena padronanza della grammatica rivelano come, in realtà, ella sia attratta dalle scabrosità che circondano l’erotismo.
Non solo. Anche la sua famiglia, descritta inizialmente come perfetta, mostra subito il suo vero volto: una madre sciocca e un fratello alcolista. Il padre è scomparso.
Queneau, ancora una volta, gioca con le parole, con i non-sensi e con le ambiguità infralinguistiche, capovolgendo i canoni del romanzo di formazione e facendo di Sally Mara un personaggio pienamente coerente ai canoni della patafisica, termine introdotto da A. Jarry, che fondò a Parigi nel 1948 un Collegio di Patafisica, di cui Queneau fece parte. La patafisica “è la scienza delle soluzioni immaginarie e delle leggi che regolano le eccezioni”.
Sally Mara può essere letta, a buon diritto, come l’eccezione che la patafisica indaga, intorno alla quale Queneau tesse le sue soluzioni linguistiche: i giochi di parole, che restituiscono al lettore la sostanzialità dell’“inaspettato”.
L’inaspettato è “quel qualcosa di più e quel qualcosa di meno”, di cui si diceva prima. L’inaspettato è la risata inattesa del lettore, quando scopre le ipocrisie di Sally. L’inaspettato è ritrovare in Sally una Zazie cresciuta, quando inizialmente ci si aspettava una virtuosa Jane Eyre. L’inaspettato è ancora una volta il fine e la causa originante il lavoro di Queneau.

Riferimenti bibliografici
R. Queneau, Il diario intimo di Sally Mara, Feltrinelli, Milano 2005

La settima faccia del dado

A proposito di Dau al Set

(avanguardia, pseudoavanguardia, o che dir si voglia)

1948. Fine della II Guerra mondiale. Barcellona.

In quell’anno si costituì Dau al set, gruppo catalano che fondò l’omonima rivista. Fra i suoi fondatori, Joan Brossa, Joan Ponç, Arnau Puig e Antoni Tàpies. L’intenzione è quella di dare risposta a un’immobilismo culturale, imposto dal regime franchista. Questo attraverso due vie parallele: un organo divulgativo alternativo (la rivista, appunto) e una pratica artistica innovativa e sciolta dalle convenzioni.

La settima faccia del dado è sicuramente influenzata dal dadaismo e dal surrealismo francesi. Si potrebbe intravedere anche un nocciolo di esistenzialismo, esplicitato soprattutto nelle dichiarazioni di Arnau Puig. Ma, al di là di queste ispirazioni e categorie, Dau al Set si struttura come qualcosa di peculiare nel panorama delle avanguardie europee. L’irriverenza, l’ironia, lo “scherzo”, il superamento dei limiti, attraverso le possibilità aperte dal gioco estetico, ne fanno un movimento incatalogabile, seppur di breve durata (si sciose nel 1951; la rivista durò fino al 1956).

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Gli esperimenti artistici di Dau al set sono essenzialmente eterogenei e dinamici. Le forme e i contenuti diventano infinitamente ricombinabili, casualmente, proprio come in un gioco. Le arti visive si legano alla scrittura. La scritttura diventa installazione; la drammaturgia si struttura in performance. La carta, supporto precipuo della parola scritta, assume forme cubiche e plastiche. Le lettere divengono tridimensionali e formano parole e versi collocati per le strade della città.

Il tabellone su cui muovere questo nuovo gioco artistico è la città stessa, le cui vie diventano gallerie a cielo aperto in cui proporre opere con le quali interagire. E il pubblico non è più solo quello adulto, preparato alla fruizione estetica e agli aulicismi della poesia. Dau al set indirizza la propria arte a tutti, anche ai bambini, che sono i destinatari precipui del gioco urbano.

Dau al set, seppur poco longevo, è stato uno dei primi esperimenti di arte urbana, di poesia visiva e di intervento libero e sciolto dai meccanismi di fruizione convenzionali. E la rivista omonima rappresenta ancora oggi un esempio di come la cultura possa infrangere le barriere del regime e continuare a essere proposta e diffusa. Vale la pena di lanciare il dado, alla ricerca di una possibile libertà alternativa (la settima faccia, vilolante la realtà imposta).

Riferimenti bibliografici

John London, Past Possibilities and Practice: For Joan Brossa, Oxford, The Trilobites Ed, 1992

Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Milano, Feltrinelli, 1998

Link

“Dau al set, una filosofía de la existencia”. Alrededor de Arnau Puig



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