Mangiando oleandri, a primavera

A proposito di Oleandro bianco, Janet Fitch

Oleandro bianco, romanzo scritto da Janet Fitch nel 1999, è un lavoro sofisticatamente eterogeneo e stratificato. Lo lessi dopo aver visto l’omonimo e delicato film di Peter Kominsky, uscito nel 2002. Film di cui vanno sicuramente menzionate le due protagoniste: l’algida Michelle Pfeiffer e l’innocente Allison Lohman.

La trama, nel libro, così come nel film, è piuttosto semplice, all’apparenza. California. Una dodicenne (Astrid), figlia adorante di una carismatica poetessa-artista (Ingrid Magnussen), rimane sola. La madre è accusata e condannata per l’assasinio del suo amante, avvelenato con un preparato a base di olenadro.

Inizia così il viaggio di Astrid, guidata e legata al sistema assistenziale statunitense, che la spedirà in case private, poi in un centro per ragazzi, e infine in un’ultima casa, fino alla maggiore età.

Janet Fitch costruisce scatole sovrapposte, ma anche interconnesse, per rappresentare una giovane Astrid che ha mitizzato una madre artista, dalla quale poi è stata tradita, a causa di un amore folle, tramutatosi in odio omicida. La giovane attraversa questa scatola, per trovarsi ingabbiata in altre case (scatole) dove subirà maltrattamenti, conoscerà l’amore nella sua forma più adulta, incontrerà fate buone e devote pronte a trasformarsi in streghe minacciose. Troverà affetto, poi frustrazione. Ingredienti vitali, ma velenosi se ingeriti in modo discontinuo.

Cardine fisso, fino al giungere della maggiore età, il sistema assistenziale statunitense, impersonale e burocratico, da cui dipendere, ma con il quale è impossibile discutere, nella misura in cui si è solo una minorenne con un numero di matricola. E poi il rapporto epistolare con una madre rinchiusa, che continua a scrivere solo di se stessa, a esercitare fascino, ma anche odio e risentimento in una Astrid, che volente o nolente, sta crescendo ed è sola nell’affrontare nuove scoperte, nuove pulsioni e il fascino per un’arte che ha quasi nel sangue, come se fosse geneticamente ereditata.

Quasi una favola, quindi, in un processo di crescita segnato dall’assenza/presenza di una Ingrid carismatica, sempre presente nei paragoni con i quali inevitabilmente Astrid osserva se stessa, e le “altre” Astrid, quelle giovani, incoscienti, innocenti, le quali, intanto, sono già morte, avvelenate non dagli oleandri, ma dal resto degli esseri umani, i quali promettono protezione e poi invece ti abbandonano.

La favola di Astrid, simile a un supplizio, trova il suo momento catartico in un ultimo incontro con la madre, la quale le chiede un alibi menzognero, per uscire di prigione. E Astrid mentirà, per essere libera da Ingrid, e per trovare la via unica su cui camminare e crescere, indipendentemente dalle scatole in cui è stata ingabbiata, in cui in parte è morta, e da cui è uscita una persona nuova, in grado di sublimare il veleno e renderlo arte.

 

Riferimenti bibliografici

Janet Fitch, Oleandro bianco, Il Saggiatore, Milano, 2010