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Tag: II Guerra Mondiale

L’intrinseco legame fra abiezione e potere

Salò o le 120 giornate di Sodoma

De Sade intuì e raccontò la fenomenologia dell’abiezione nella sua primaria e violenta manifestazione. Ma l’intuizione sadiana non si fermò alla forza genetica e pervasiva della violenza, si spinse oltre. Il controverso scrittore palesò l’aspetto reiterante della violenza abietta, la potenza della replicazione la quale è in grado di creare abitudine, accettazione e di attecchire diffondendo, attraverso una sorta di contaminazione virale, anche un sistema ideale e sociale di giustificazione e legittimazione.

Fu Pasolini, seguendo le orme dello scrittore francese, a visualizzare il legame intrinseco fra abiezione e potere. Il suo ultimo lavoro, Salò (di cui il sottotitolo recita, guarda caso, Le 120 giornate di Sodoma) è la metafora visiva e sistematica dell’intuizione di De Sade.

Anni 1944-45: in una villa nella neonata Repubblica di Salò, 4 reduci rappresentanti del potere dittatoriale rinchiudono 17 ragazzi selezionati accuratamente e catturati. Inizia così la mimesi dell’istituzione della violenza in una micro comunità, mentre nel resto del mondo la guerra è quasi giunta al capolinea.

Le 17 vittime saranno educate per quattro mesi a subire e poi a diffondere l’abuso, attraverso vere e proprie lezioni frontali ed esercitazioni pratiche. Fra dotte citazioni, letture, discussioni intellettuali verranno perpetrati e legittimati strupri, sodomie, violenze e ogni genere di umiliazione fisica e spirituale, che porteranno i carnefici e le vittime a disperdere i loro stessi ruoli nell’abitudine a diffondere violenza.

Pasolini adotta come tecnioca narrativa quella circoncentrica, ispirandosi ai gironi infernali di dantesca memoria. L’inferno vero e proprio è quello in cui si palesa un’uguaglianza: il potere, i meccanismi con cui il potere si diffonde e si accresce, sono sostanzialmente identici alla violenza brutale e alla sua capacità estensiva e coinvolgente, soprattutto quando alla forza animale si somma l’intellettualizzazione e l’estetizzazione generanti un sistema di valori giustificanti la violenza stessa.

 

Riferimenti cinematografici

Pier Paolo Pasolini (scritto e diretto da), Salò o Le 120 giornate di Sodoma, Italia 1975

Riferimenti bibliografici

Donatien-Alphonse-François de Sade, Le 120 giornate di Sodoma, Milano, Guanda, 2007

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Fra passato e futuro: I Mandarini

Simone de Beauvoir alle prese con l’intricata responsabilità di descrivere una generazione di vincitori vinti

La Seconda guerra mondiale è finita con l’apparente demarcazione fra “buoni” e “cattivi”. Il distacco sembra separare i sistemi politici efficaci dalle forme di potere fallaci. Ma, all’alba della distruzione, la luce ottimistica, con cui i francesi osservavano la liberazione, sembra adombrarsi di vecchi e nuovi dubbi.

In questo clima di entusiasmo e ripensamenti, si muovono i “Mandarini”, gli intellettuali parigini, descritti da De Beauvoir. Questi sopravvisuti, protagonisti in una Francia ancora devastata ma speranzosa, sentono sulle loro spalle l’insostenibile peso della ricostruzione materiale e ideale. Le loro esistenze personali, le loro passioni, i loro risentimenti, si intrecciano così alla dialettica che coinvolge i concetti di giusto e sbagliato, di verità e menzogna.

La netta demarcazione iniziale fra bene e male, frutto degli eroici entusiasmi di vittoria, risulta più ombrata e sottile, nel momento in cui emergono le notizie proibite. Quelle sui campi di concentramento tedeschi e sulle azioni dei collaborazionisti sembrano corroborare una scelta di campo. Ma presto emergono anche le fughe di notizia sui lager stalinisti che minano l’aspirazione al comunismo.

Questa difficile dialettica si palesa nel controverso rapporto che coinvolge due dei protagonisti: lo scrittore e fondatore del SRL (Partito di ispirazione socialista), Robert Dubreuilh, e il più giovane Henry Perron, proprietario e direttore del giornale “L’Espoir”. Dubreulh è un uomo deciso, autoritario, che ricerca certezze anche a costo di mentire a se stesso, nella speranza di trovare una base solida su cui costruire il futuro. Perron, invece, rispetto al suo stesso mentore Dubreulh, è un uomo che vive la nuova pace, con l’insicurezza che nasce dal non chiudere gli occhi di fronte agli errori. La domanda che sempre percorre il romanzo è: “Da che parte stare?”. Ma poi subentra un’altra questione: se sia giusto, in fondo, per uno spirito libero e per una coscienza pensante imporsi la coerenza di una scelta di campo.

E il romanzo di De Beauvoir si spiega così, disegnado un corollario di situazioni in cui i fulcri sono la lungimiranza dell’insicurezza e la malcelata ottusità della sicurezza, nella speranza di riuscire a tesorizzare la storia, per trovare una proposta nuova che non sia insaguinata dal terrore passato.

 

Riferimenti bibliografici

Simone De Beauvoir, I Mandarini (1954), Einaudi, Torino 2005.

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