La libertà del cuculo: le donne di Magliano

A proposito di Mario Tobino, Le libere donne di Magliano

Cos’è la pazzia? Malattia virale? Propensione organica? O fuga dalla realtà? A interrogarsi su queste domande è stato Mario Tobino, che nella verde pianura del lucchese esercitò come psichiatra a Maggiano. Da questa esperienza nacque Le libere donne di Magliano (dove il nome della cittadina è volutamente distorto).

Il libro uscì nel 1953. La forma adottata è episodica, quasi diaristica. Il contenuto è totalmente autobiografico.

Nell’ex convento di Magliano, avvolto dal verde, donne rinchiuse non per una scelta religiosa, ma per una necessità patologica, accarezzano lo sguardo di uno psichiatra, che nel tentativo di curarle, le osserva, rimanendo spesso affascinato dalle leggi caotiche e apparentemente prive di senso logico che regolano le varie tipologie di malattie mentali. Donne, in alcuni casi, in cui il lato infantile è sfociato nel patologico; schizofreniche, a volte; passionali a tal punto che l’amore è diventato causa della loro reclusione. Alcune sono capaci di discorsi che dissimulano la follia; altre sono disperse in una disperazione pazza che non può essere nascosta e che emerge in ogni piccola mossa.

Tutte queste donne, che riescono a violare, il singolo punto di vista dell’autore, donano coralità lirica e drammatica ai singoli episodi di cui si compone il romanzo. In alcuni casi, esse ricompaiono più volte e il lettore le riconosce, in altri, scompaiono dal libro subito dopo essere state citate. Spesso è difficile ricordarne anche il nome, nonostante esse, chiuse nella loro malattia, costituiscano una specie di microcosmo catartico ricco di fascino.

 

In questo magma fluido, in cui lo scrittore si perde (facendo sì che anche il lettore disperda i punti cardinali), non mancano descrizioni puntuali, ma manca la codificazione delle comune leggi che sorreggono la percezione della realtà. Tobino stila una vera e propria galleria fenomenologica della pazzia, la cui essenza è forse un eccesso cronico di libertà. Le donne di Magliano sono sì recluse in un ospedale, ma sono sciolte e libere, senza pudori, senza limiti. Esse urlano, non comunicano, nella maggior parte dei casi, perché vivono le loro vite sui binari sempre e solo paralleli delle loro singole patologie. Chiuse nell’edificio che le ospita, sono rinchiuse anche dentro le loro singole individualità, che nella pazzia perde ogni coercizione. Pazze e paradossalmente libere, queste sono le donne di Magliano: menadi danzanti della contemporaneità.

 

Riferimenti bibliografici 

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Mondadori, Milano 2001.