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masticando arte, a caso

Tag: Novecento

Sinestesia totale (?)

A proposito del Gruppo 70

1963, Firenze.

Alla ricerca di una forma che oltrepassi il contenuto; di un significante che possa coinvolgere una multisensorialità che arricchisca il significato. Nasce così il Gruppo 70.

Miccini, Chiari, Pignotti compongono il primo nucleo teorico e attivo di quella che vorrebbe proporsi come una nuova avanguardia. L’obiettivo del gruppo è un’arte a tutto campo; una poetica che riesca a espandersi, sussumendo nella trasmissione i mezzi propri delle arti figurative, della musica, del teatro, ma anche della pubblicità. La sinergia dei codici espressivi travalica i vincoli/confini: l’arte, la vita, la parola, i mezzi tecnici sono un insieme magmatico da cui si può attingere a seconda dei casi. Esempi di questa ricerca sono sperimentazioni sonore, olfattive, legate alla recitazione. Poesie per immagini. Libri sonori.

Lo stimolo, provocato e assecondato dal pubblico, è la chiave di volta di quella “Poesia” che sogna una “Totalità” raggiunta per sinestesia.

La tecnologia e la comunicazione di massa sembrano essere strumenti opportuni. Da qui il nome, “Gruppo 70”, che rimanda a un futuro certo prossimo, ma dal sapore un po’ fantascientifìco, a causa dell’avanzamento frenetico tecnico-scientifico.

Pignotti, in primis, sogna una tecnologia che possa diventare anche strumento poetico, artistico ed estetico.

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Ciò che forse viene perso in questa ricerca di totalità, però, è il valore evocativo della metafora. Nell’intento di creare una poesia totale, l’implicito viene totalmente esplicitato. Il pubblico, guidato dai mezzi, dalle contaminazioni, è limitato nell’immaginazione di quel “non detto” di cui dovrebbe essere parte attiva. E da questo punto di vista, il concetto di totalità sembra cozzare con la libertà propria dell’esperienza estetica.

 

Riferimenti bibliografici

Il Gruppo 70 tra parola e immagine, a cura di Stefania Stefanelli, Società editrice fiorentina, Firenze 2008

La settima faccia del dado

A proposito di Dau al Set

(avanguardia, pseudoavanguardia, o che dir si voglia)

1948. Fine della II Guerra mondiale. Barcellona.

In quell’anno si costituì Dau al set, gruppo catalano che fondò l’omonima rivista. Fra i suoi fondatori, Joan Brossa, Joan Ponç, Arnau Puig e Antoni Tàpies. L’intenzione è quella di dare risposta a un’immobilismo culturale, imposto dal regime franchista. Questo attraverso due vie parallele: un organo divulgativo alternativo (la rivista, appunto) e una pratica artistica innovativa e sciolta dalle convenzioni.

La settima faccia del dado è sicuramente influenzata dal dadaismo e dal surrealismo francesi. Si potrebbe intravedere anche un nocciolo di esistenzialismo, esplicitato soprattutto nelle dichiarazioni di Arnau Puig. Ma, al di là di queste ispirazioni e categorie, Dau al Set si struttura come qualcosa di peculiare nel panorama delle avanguardie europee. L’irriverenza, l’ironia, lo “scherzo”, il superamento dei limiti, attraverso le possibilità aperte dal gioco estetico, ne fanno un movimento incatalogabile, seppur di breve durata (si sciose nel 1951; la rivista durò fino al 1956).

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Gli esperimenti artistici di Dau al set sono essenzialmente eterogenei e dinamici. Le forme e i contenuti diventano infinitamente ricombinabili, casualmente, proprio come in un gioco. Le arti visive si legano alla scrittura. La scritttura diventa installazione; la drammaturgia si struttura in performance. La carta, supporto precipuo della parola scritta, assume forme cubiche e plastiche. Le lettere divengono tridimensionali e formano parole e versi collocati per le strade della città.

Il tabellone su cui muovere questo nuovo gioco artistico è la città stessa, le cui vie diventano gallerie a cielo aperto in cui proporre opere con le quali interagire. E il pubblico non è più solo quello adulto, preparato alla fruizione estetica e agli aulicismi della poesia. Dau al set indirizza la propria arte a tutti, anche ai bambini, che sono i destinatari precipui del gioco urbano.

Dau al set, seppur poco longevo, è stato uno dei primi esperimenti di arte urbana, di poesia visiva e di intervento libero e sciolto dai meccanismi di fruizione convenzionali. E la rivista omonima rappresenta ancora oggi un esempio di come la cultura possa infrangere le barriere del regime e continuare a essere proposta e diffusa. Vale la pena di lanciare il dado, alla ricerca di una possibile libertà alternativa (la settima faccia, vilolante la realtà imposta).

Riferimenti bibliografici

John London, Past Possibilities and Practice: For Joan Brossa, Oxford, The Trilobites Ed, 1992

Mario De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Milano, Feltrinelli, 1998

Link

“Dau al set, una filosofía de la existencia”. Alrededor de Arnau Puig



Fra passato e futuro: I Mandarini

Simone de Beauvoir alle prese con l’intricata responsabilità di descrivere una generazione di vincitori vinti

La Seconda guerra mondiale è finita con l’apparente demarcazione fra “buoni” e “cattivi”. Il distacco sembra separare i sistemi politici efficaci dalle forme di potere fallaci. Ma, all’alba della distruzione, la luce ottimistica, con cui i francesi osservavano la liberazione, sembra adombrarsi di vecchi e nuovi dubbi.

In questo clima di entusiasmo e ripensamenti, si muovono i “Mandarini”, gli intellettuali parigini, descritti da De Beauvoir. Questi sopravvisuti, protagonisti in una Francia ancora devastata ma speranzosa, sentono sulle loro spalle l’insostenibile peso della ricostruzione materiale e ideale. Le loro esistenze personali, le loro passioni, i loro risentimenti, si intrecciano così alla dialettica che coinvolge i concetti di giusto e sbagliato, di verità e menzogna.

La netta demarcazione iniziale fra bene e male, frutto degli eroici entusiasmi di vittoria, risulta più ombrata e sottile, nel momento in cui emergono le notizie proibite. Quelle sui campi di concentramento tedeschi e sulle azioni dei collaborazionisti sembrano corroborare una scelta di campo. Ma presto emergono anche le fughe di notizia sui lager stalinisti che minano l’aspirazione al comunismo.

Questa difficile dialettica si palesa nel controverso rapporto che coinvolge due dei protagonisti: lo scrittore e fondatore del SRL (Partito di ispirazione socialista), Robert Dubreuilh, e il più giovane Henry Perron, proprietario e direttore del giornale “L’Espoir”. Dubreulh è un uomo deciso, autoritario, che ricerca certezze anche a costo di mentire a se stesso, nella speranza di trovare una base solida su cui costruire il futuro. Perron, invece, rispetto al suo stesso mentore Dubreulh, è un uomo che vive la nuova pace, con l’insicurezza che nasce dal non chiudere gli occhi di fronte agli errori. La domanda che sempre percorre il romanzo è: “Da che parte stare?”. Ma poi subentra un’altra questione: se sia giusto, in fondo, per uno spirito libero e per una coscienza pensante imporsi la coerenza di una scelta di campo.

E il romanzo di De Beauvoir si spiega così, disegnado un corollario di situazioni in cui i fulcri sono la lungimiranza dell’insicurezza e la malcelata ottusità della sicurezza, nella speranza di riuscire a tesorizzare la storia, per trovare una proposta nuova che non sia insaguinata dal terrore passato.

 

Riferimenti bibliografici

Simone De Beauvoir, I Mandarini (1954), Einaudi, Torino 2005.

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