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Tra vampirismo e schizofrenia

Le Horla, di Guy de Maupassant

I vampiri sono sulla cresta dell’onda, ultimamente. Mai visti comparire tanti racconti/romanzi su Nosferatu, come dall’inizio del nuovo millenio. Per non parlare di serie TV o film più o meno interessanti.

Sarà la fascinazione per il non-morto. Sarà per la bellezza del pensare al sempre vivo. Sarà un fatto di moda, forse. Ma, a volte, in questo magmatico crogiuolo di nuove storie, si dimentica il fascino di alcuni racconti o romanzi passati, che come soggetto (o simulacro) hanno proprio la mitica figura del vampiro.

Composta nel 1887 (seppur preceduta da una prima versione omonima, meno famosa), la novella Le Horla di Guy de Maupassant è un piccolo capolavoro della letteratura di genere fantastico-orrorifico.

Il protagonista, in forma diaristica, descrive in prima persona un percorso oscuro, che lo sta portando verso la morte (o forse verso una presunta follia).

Le descrizioni sono inizialmente chiare, quasi mediche. Si nota che la voce narrante è razionale e, seppure la debilitazione persista, cerca di trovarne una ragione logica. Ma con il  perdurare della febbre, inziano gli incubi e si insinuano nella visione del protagonista dei dubbi. L’incedere delle parole si fa più incerto e più ripetitivo. Si percepisce paura. Esiste forse qualcosa o qualcuno, che sta compromettendo la salute fisica e psichica della voce narrante?

Febbricitante e anemico, ormai paranoico, il protagonista crede che ci sia qualcuno che lo viene a visitare di notte, con l’intenzione di succhiargli il sangue e la vita. A confermare questo fatto, alcuni segni: anche parte della servitù presenta sintomi simili. In più, ci sono alcuni esperimenti notturni che palesano che un eventuale “altro” tiene compagnia, durante la notte, ai sogni neri del malcapitato protagonista.

Un racconto sui vampiri? Certo. Il vampiro è però sempre un archetipo che consente allo scrittore di giocare con l’ambiguità. Il vampiro è il doppio per eccellenza.

Seguendone la storia, si palesa come questo essere, al di là delle varie leggende personificanti, che nutrono la sua mitologia, sia in primis un essere che nella morte si nutre di vita, per rimanere in sospeso, un cacciatore di qualcosa che lo mantenga in bilico.

La vita sommata all’instabilità della non-morte da un solo risultato: la follia. Ed è questa l’ambiguità sommamente descritta in questo racconto. Ambiguità che diventa protagonista, facendo interrogare il lettore sulla presunta schizofrenia della voce narrante, che nutre attraverso se stesso e la sua vita, un qualcosa che potrebbe essere un vampiro ma anche la patologia della doppia personalità, il cui lato B il lettore conosce come Horla.

Terrore quindi, goticismo, noir, vampiri, che si combinano a qualcosa di molto più moderno: solitudine, malattia, dispersione dell’identità, schizofrenia. A cosa è più facile credere?

Questa domanda, che mischia terrori antichi con terrori scientificamente reali, inquieta ancora più il lettore, in bilico anch’esso nell’interpretazione della novella: si tratta di vampirismo o di schizofrenia? La questione, figlia dell’ambiguità voluta dall’autore, rimane inquietantemente in sospeso.

Riferimenti bibliografici

Guy de Maupassant, Le Horla (1887), Euroma la goliardica, Roma 1983

Ho fatto una scoperta…

Un racconto di Aldous Huxley

“Ho fatto una scoperta… Sulle scoperte!”, si apre così un racconto di Huxley.

Eniberlin – il protagonista –, un accademico londinese di straordinaria cultura, riferisce a un allievo stupito di aver risolto un’enigma: una frase trovata nelle opere di Ben Jonson: “Eupompo diede lustro all’Arte mediante i Numeri” (la presunta nota di Jonson è il titolo del racconto di Huxley).

Eniberlin ha scoperto che Eupompo, pittore alessandrino di grande successo, a un certo punto della sua carriera si ritirò a vita solitaria e rifiutò commissioni per nuovi ritratti, al fine di rappresentare la ratio del concetto più splendido: il numero.

Il numero – vero protagonista del racconto –, fermo, ma infinitamente mobile nel collegamento sincronico e sincretico agli altri numeri, è per Eniberlin (novello Eupompo), simbolo e simulacro dell’infinità, su cui anche l’arte pretende di aprire uno spiraglio. La rappresentazione artistica, così come il numero, è una soglia ai limiti della possibilità umana, dalla quale sporge l’impossibile conoscenza dell’infinito (l’eterno, l’assoluto, l’Uno, Dio).

La “scoperta sulle scoperte” di Eniberlin sembra essere, quindi, la fondamentale ed essenziale architettura enumerativa e matematica della conoscenza razionale, ma anche dell’arte e dell’esperienza mistico-religiosa.

Ma la “scoperta sulle scoperte” conduce Eniberlin alla follia.

Il numero, la razionalità astratta della successione diventano quasi una sostanza allucinogena (e, forse, Huxley ne sapeva qualcosa) che induce Eniberlin a interpretare tutto ciò che lo circonda come armonia numerica. Eniberlin inizia a contare e ricontare, recitando la ripetizione del numero (come un mantra).

Ma la vera, implicita e ironica “scoperta sulle scoperte” è che, dietro la pretesa totalità infinita, onnipotente e sintetica della conoscenza (il numero perfetto), si cela un germe di follia, che ha condotto il povero Eupompo (e, forse, condurrà anche Eniberlin) al suicidio.

 

Riferimenti bibliografici

Aldous Huxley, Eupompo diede lustro all’Arte mediante i Numeri (1957), in Tutti i racconti, Einaudi, Torino 1958.

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